La bella prigioniera

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È un mondo improbabile e assurdo quello in cui vive la bella prigioniera. Un mondo in cui anche una tuba può prendere fuoco e in cui una tela funge da elemento complementare del paesaggio. Il mare è leggermente mosso, ornato di piccole ondine di spuma marina che finiscono per infrangersi sulla sabbia. E le onde, nascoste dietro il dipinto, riappaiono su di esso, nella perfetta posizione in cui dovevano trovarsi. E così è lo stesso dipinto che si muove, armoniosamente, seguendo perfettamente il movimento del mare. Intanto le fiamme che bruciano l’ottone della tuba, si alzano nel cielo e si riflettono sulla tela, come se, dinnanzi ad essa, vi fosse un vetro che la protegge.

Così, la bella prigioniera, potendo osservare questo mondo impossibile solo a distanza, senza potersi avvicinare, si chiede se la tela esista per davvero. Se invece il cavalletto non regga altro che un vetro trasparente che mostra il paesaggio dietro di sé. E se fosse così — si chiede — come potrebbe non vedere le stecche di legno che sorreggono il cavalletto?

La ragazza si accorge che quello sprazzo di realtà è l’unico che potrà mai vedere e capisce che dovrà interpretare quel mondo, solo da questi pochi elementi a sua disposizione. Non c’è vita su questa spiaggia, eppure quella cornice, con il mare che continua a fluire sulla sabbia, proprio come fa al di fuori di essa… Possibile che sia sempre stata lì? E quella tuba d’ottone, che arde perennemente, non avrà forse avuto il suo suonatore?

E solo ora si accorge di un terzo elemento sulla sabbia. Un enorme macigno bianco, proveniente da chissà dove, posa sulla riva, estraneo al resto del paesaggio. Non vi sono altri sassi sulla spiaggia.

Con una calma propria solo di chi sa che per tutta la vita dovrà solo concentrarsi su questa distorta visuale della realtà, la dolce fanciulla decide di studiare uno per uno i misteriosi oggetti presenti in quel malinconico paesaggio. E concentrandosi sulla tromba, ascolta i meravigliosi suoni che escono da essa, nonostante sia appoggiata a terra e nessuno, apparentemente, le dia vita. Quella calda, dolce melodia sembra insinuarsi sotto le sue vesti, sotto la sua stessa pelle, riscaldandole il cuore e bruciandola di lievi piaceri, sufficienti a farle scordare per un momento la sua assurda situazione. Solo ora capisce come possa una tuba di ottone prendere fuoco. Non riesce a spiegarlo a parole, ma lo sa. Il fuoco si era in qualche modo prodotto dall’ardente motivo che come una possente fiamma si alzava nell’aria. E si ricorda, solo adesso, di come la musica sia sempre riuscita a riscaldarla in qualche modo, a permetterle di non spegnersi nonostante ne avesse tutti i motivi. È una sinestesia: le sensazioni uditive, visive, il suono, il calore del fuoco, si confondono in un tutto che trova rispondenza nell’inconscio.

La cornice invece era, per il momento, ancora un mistero. La osserva a lungo, per ore, ma ne carpisce il segreto solo quando ormai i suoi occhi la supplicano di potersi chiudere. La mente è caduta in un lieve torpore, favorito dal continuo bruciare di quella strana, ipnotica melodia. Comprende il motivo per cui aveva sempre amato leggere e osservare dipinti. I libri e le pitture non erano diversi dal mondo concreto. Fantasia e realtà sono un tutt’uno. Come finito e infinito. È impossibile distinguerle, perché un bambino, divenuto adulto, ricorderà alcuni dei suoi sogni fanciulleschi con la stessa facilità con cui rivivrà avvenimenti reali. E i ricordi si mescoleranno in quello che l’uomo chiamerà “passato” e considererà reale.

La bella prigioniera piange. Teme di impazzire. Nessuno è mai arrivato tanto vicino all’assoluto quanto lei. Ha capito. La realtà è come un albero secolare. Le sue grosse, enormi radici scavano il terreno e si irrobustiscono, così come il suo tronco. Le nostre vite sono solo piccoli ramoscelli pronti a spezzarsi al primo soffio di vento. Le nostre fantasie, i nostri sogni e i nostri incubi sono piccole foglie verdi, che in breve tempo si staccheranno volando a terra. Lasciandoci soli. Ma non per questo quelle foglie sono meno reali di noi o dell’albero. E ce lo dimostrano volando più vicino che possono alle radici, alla realtà, prima di sparire completamente.

Tra le calde lacrime, la prigioniera posa i suoi occhi umidi su quel sasso senza vita. E lo studia con meticolosa attenzione. Sa che riuscirà a carpirne i segreti, ma ormai è molto scossa e ha paura di quello che potrebbe scoprire questa volta. Le nubi ricoprono completamente il cielo lasciando che solo pochi raggi del sole riescano a filtrare e ad illuminare il mare sempre più frastagliato. Poi ovviamente c’è il fuoco della musica a riscaldarla e a renderle possibile la vista di quella desolata spiaggia.

In questo momento di semibuio, lei se ne accorge. Il sasso, senza vita, è l’unica cosa in tutto il paesaggio ad essere assolutamente immobile. In lui niente cambia o si trasforma. Non viene toccato dalle onde, non prende fuoco, non imita la realtà. È morto. Qualunque cosa sia o fosse stata, quella pietra completamente bianca, ora non è assolutamente nulla. E la ragazza capisce che “nulla” non significa “astratto”. La sua mente è agile e sveglia, automaticamente capovolge il pensiero e comprende una terza verità assoluta: “Esistere” non vuole dire “concreto”.

Ora, solo ora, la bella prigioniera non si sente più tale. Finalmente sa di essere libera. E le lacrime che le sgorgavano per paura, continuano ora il loro percorso per felicità. Sa che il luogo dove è stata fino ad ora, non è altro che la sua mente. E prendendone consapevolezza si libera, ritornando nel cosiddetto mondo “reale”.

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