È la seconda volta nello stesso mese che vengo piacevolmente sorpreso da un film. Settimana scorsa è successo con Richard Jewell, ieri con l’anteprima stampa de Il diritto di opporsi di Destin Daniel Cretton in uscita nelle sale italiane il 30 gennaio. Ad accomunare i due film c’è che siano tratti entrambi da storie vere, con protagonisti due accusati ingiustamente, ma le somiglianze finiscono qui. Se il primo è di un regista di destra (Eastwood) e tratta la storia di un fascistoide fanatico di armi e forze dell’ordine, Cretton, al suo quarto lungometraggio, ci narra la drammatica vita di un uomo di colore condannato alla pena di morte solo sulle basi del pregiudizio e della razza.

La trama è tanto semplice quanto potente, in quel particolare modo in cui solo le storie vere sanno esserlo: il giovane avvocato nero Bryan Stevenson (Michael B. Jordan), fresco di laurea ad Harvard, rinuncia ad una carriera redditizia per lavorare per lo più pro bono in difesa dei condannati a morte in Alabama, molti dei quali non hanno beneficiato di un regolare processo. Qui trova una valida e fidata alleata in Eva Ansley (Brie Larson), avvocatessa bianca dai saldi principi, con cui fonda l’organizzazione no-profit, Equal Justice Initiative. Insieme si imbattono nel caso di Walter McMillian (Jamie Foxx), che nel 1987 era stato condannato a morte per l’efferato omicidio di una diciottenne bianca, nonostante le prove e le testimonianze dimostrassero la sua innocenza, con un’unica testimonianza contro di lui, quella di uno criminale convinto a mentire per convenienza.

«Basta guardarlo in faccia!» è l’unica prova di cui hanno bisogno le autorità dell’Alabama per trascurare tutte le altre e le testimonianze della comunità nera in cui vive McMillian, “comprando” invece quella di un criminale bianco (evidentemente più rispettabile e credibile di tanti innocenti neri) a sua volta maltrattato e abusato dalle forze dell’ordine. Perché l’Alabama degli anni ’90 raccontato nel film ricorda tanto storie di decenni prima e di cappucci bianchi: la continua umiliazione degli afroamericani, il fermo ingiustificato, le mortificanti perquisizioni da parte della polizia yankee… È il ritratto di un’America che purtroppo non ha ancora oggi smesso di tollerare questo tipo di disparità e di ingiustizia.

Negli anni che seguono, Bryan Stevenson si ritroverà (nel film come nella realtà) in un labirinto di manovre legali e politiche, di razzismo palese e sfacciato, mentre combatte per Walter e tanti altri come lui, con tutte le probabilità e il sistema contro.

Nel il mirino di Cretton c’è anche la pena di morte, narrata e denunciata magistralmente da una lunga e terribile sequenza che mostra tutta la lucida spietatezza e la follia che c’è dietro all’esecuzione di un essere umano. Impressionanti anche i numeri tra i titoli di coda: ogni nove condannati a morte c’è un innocente che riesce a dimostrare la propria non colpevolezza prima dell’esecuzione. Una percentuale impressionante che pone altissimi dubbi sulla qualità e la correttezza dei processi.

Interpretazioni eccezionali sia da parte del “veterano” Jamie Foxx nei panni di Walter McMillian, ormai spezzato dal sistema e scettico sulle proprie possibilità di salvezza, che da quelle di Michael B. Jordan in quelli dell’indomito avvocato Bryan Stevenson, che ricorda in qualche modo quell’Atticus Finch che combatté la stessa battaglia nel libro Il buio oltre la siepe (di Harper Lee) e nell’omonima pellicola in cui venne interpretato da Gregory Peck, venendo giudicato il più grande eroe del cinema americano dall’American Film Institute. E se come si dice nella pellicola, «la mancanza di speranza è il peggior nemico della giustizia», il fatto che oggi Atticus Finch possa essere egli stesso nero può considerarsi un valido incoraggiamento alla comunità afroamericana.

Il diritto di opporsi è un film che va visto, che commuove e che richiede alcune ore per essere digerito. Forse, l’unica cosa che proprio non va giù, è l’incomprensibile bisogno (?) di stravolgere il titolo che nell’originale Just mercy, “semplicemente pietà”, aveva un retrogusto più amaro e più potente e in linea con la pellicola.

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Quando sono stato invitato a vedere in anteprima Richard Jewell, l’ultima opera di Clint Eastwood, in uscita nelle sale italiane il 16 gennaio, ammetto che non ero particolarmente attratto o interessato al film. Sebbene sappia per esperienza diretta della grande qualità del lavoro del regista (nettamente superiore a quella da attore), non vengo mai particolarmente attirato dalle sue pellicole. Non saprei nemmeno spiegarne il motivo. Se non mi avessero invitato, non l’avrei visto al cinema. È stato perciò particolarmente piacevole rimanere sorpreso, poter ammettere l’errore al termine della proiezione e uscire dalla sala pienamente soddisfatto.

Basato su fatti realmente accaduti, Richard Jewell è la storia di ciò che può accadere quando le notizie riportate dai media hanno la meglio sulla verità. Sebbene si svolga nel 1996, tutta la questione etica e morale è più che attuale e totalmente trasferibile anche al potere che hanno assunto i social media odierni.

Richard Jewell (interpretato da Paul Walter Hauser), un uomo sovrappeso che vive ancora con la madre (una sempre straordinaria Kathy Bates, candidata all’Oscar per la parte) e vagamente inquietante nei rapporti interpersonali, è un fanatico dei corpi di polizia e delle armi. Il suo più grande desiderio è entrare nelle forze dell’ordine. Conosce meglio di qualsiasi agente tutte le procedure e tutti i protocolli di sicurezza. Tuttavia, proprio il suo fanatismo e l’eccesso di zelo (sfociato più volte in abuso di potere) gli hanno rovinato la carriera, costringendolo a ripiegare in servizi di sicurezza.

Ma non è il classico antieroe dai saldi principi, pronto a infrangere le regole per la giustizia, che riscuote affetto e amore dal pubblico. È piuttosto il classico (e realistico) esaltato americano che nasconde decine di fucili in camera da letto. Sebbene Richard esprima più volte il suo desiderio di essere uno dei “buoni” che difende gli innocenti dai “cattivi”, è palese che sia ben più affascinato dal rispetto che il distintivo suscita negli altri. Un rispetto che non ha mai ricevuto. Insomma, nel 90% dei film, Richard non sarebbe il protagonista, bensì la macchietta antipatica e patetica se non addirittura l’antagonista. Ma questo non è un film. Questa è storia vera. E qui Richard è proprio il “buono” che aspirava ad essere, nonostante tutti i suoi tanti difetti e le sue assurdità da fanatico.

Durante uno dei concerti in occasione delle Olimpiadi di Atlanta del 1996, per le quali lavora nel servizio di sicurezza, Richard infatti scopre uno zaino con una bomba sotto una panchina e, grazie alla sua segnalazione, salva centinaia di vite, limitando di molto morti e feriti. In un attimo diventa un eroe nazionale, tutti vogliono intervistarlo, conoscerlo, scriverne e pubblicare libri sulla sua storia. Un successo che Richard riesce a malapena a gestire, prima di diventare, in pochi giorni, anche il sospettato numero uno dell’FBI, attaccato sia dalla stampa che dalla popolazione. Possibile che il frustrato e solitario aspirante poliziotto in cerca di fama abbia messo una bomba solo per passare da eroe nello scoprirla? L’agente Shaw dell’FBI (Jon Hamm) ne è certo, forte di numerosi casi analoghi e della peculiare personalità del sospettato.

Mentre vede tutta la sua vita (e quella della madre) andare a rotoli, Jewell si rivolge all’avvocato indipendente e ribelle Watson Bryant (un grande Sam Rockwell), che anni prima gli aveva dimostrato amicizia e rispetto, per difendersi dalle accuse di due delle forze più potenti del mondo: il governo degli Stati Uniti e i media. Insieme, i due improbabili amici, con idee agli antipodi sull’autorità costituita, si batteranno per far cadere le accuse e dimostrare l’innocenza di Richard.

Non ci sono particolari colpi di scena in una trama che non è frutto di fantasia, ma storia nota. Per questo la pellicola punta tutto sulla magistrale regia di Eastwood, sull’impeccabile recitazione del cast e sulla frizzante sceneggiatura di Billy Ray che riesce ad alternare dialoghi e scene incredibilmente divertenti a quelle più commoventi, e che rende davvero impossibile non affezionarsi a questo ragazzone fanatico, armaiolo e tendenzialmente fascistoide che nel 1996 ha salvato centinaia di persone.

Ciò che risulta evidente è una netta condanna ai media e ai processi mediatici, che se nel 1996 riguardavano solo stampa e TV, oggi si estendono ai social. La ricerca frenetica del titolo da prima pagina (o da trend topic, continuando la mia attualizzazione) è un male che il tempo e le continue denunce non sono riuscite a debellare. Influenzare l’opinione pubblica con prove sommarie e titoli ad effetto ha ovviamente ripercussioni anche nelle indagini in corso e nei successivi processi. Chissà quanti Richard Jewell ci sono stati nel corso degli anni e quanti ce ne saranno ancora… Si spera che la sua storia, anche attraverso la pellicola di Clint Eastwood, possa far riflettere chi di dovere. Purtroppo non ci spererei.

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Il Piccole donne di Louisa May Alcott è tornato al cinema nella sua sesta trasposizione, questa volta scritto e diretto da Greta Gerwig, ed stata una delle pellicole più attese degli ultimi mesi. In parte, il merito di queste alte aspettative va ad un cast veramente d’eccezione e alla regista che nel 2017 col suo primo film, Lady Bird, si era fatta notare da pubblico e critica, ma è indiscutibile che sia anche e soprattutto merito della storia senza tempo delle sorelle March, che con il passare dei decenni resta attuale e acquisisce anzi sempre nuovi significati.

I due libri di Piccole donne, scritti nel 1868 e nel 1869, narrano la storia delle quattro sorelle March che vivono sole con la madre, mentre l’amato padre è al fronte a combattere nella Guerra di Secessione Americana. Meg, Jo, Beth e Amy, che hanno tra i 16 e i 12 anni all’inizio del romanzo, sono molto diverse tra loro ma tutte fortemente determinate e, nel corso della storia, cresceranno e impareranno come si diventa donne. A partire da questa semplice ma non scontata idea, la Alcott punta l’attenzione su come non può esistere un unico modello femminile, ogni (piccola) donna è diversa e deve trovare la propria strada. Questo è senza dubbio l’elemento su cui si basa non solo l’essenza dei romanzi, ma anche il segreto della loro fama e del loro successo.

Proprio da questa forza intrinseca, Piccole donne è stato ripetutamente trasformato in film, serie tv e anime. Le trasposizioni cinematografiche sono numerose e tra le più famose vanno ricordate quelle del 1949 di Mervyn LeRoy (con June Allyson, Elizabeth Taylor, Margaret O’Brien e Peter Lawford) e del 1994 di Gillian Armstrong (con Winona Ryder, Susan Sarandon, Christian Bale, Gabriel Byrne, Trini Alvarado, Claire Danes, Samantha Mathis e Kirsten Dunst).

Se è pur vero che ogni versione cinematografica tenta di parlare alla propria generazione, quella di Greta Gerwig ha una forza tutta sua e, attraverso tutte le nuove sfaccettature sottolineate dalla regista, riesce a veicolare magistralmente il messaggio sul valore dell’amore e sulla necessità della parità di genere, ottenendo così grande successo sia da parte del pubblico che della critica.

Il nuovo Piccole donne, infatti, non è semplicemente una trasposizione: Greta Gerwig, che si dice da sempre ispirata dal personaggio di Jo March, ha voluto mettere molto di sé nell’eroina del suo film, ma anche apportare una serie di cambiamenti e aggiunte con lo scopo di rendere la sua opera il più attuale e universale possibile. La prima “rivoluzione” sta senza dubbio nella struttura stessa della storia: se nei libri e in tutte le precedenti trasposizioni le vicende venivano narrate in ordine cronologico, Gerwig preferisce iniziare con una Jo già adulta, impegnata nello scrivere e vendere i propri lavori. Di conseguenza, tutte le avventure delle bambine, il celebre Natale senza regali, il primo incontro con Laurie vengono narrati come continui flashback che danno dinamicità alla pellicola facendo prevalere il lato emotivo su quello temporale.

Emma Watson (che nel film interpreta Meg), in un’intervista in cui parla di una scena in cui Jo tenta di vendere il proprio manoscritto contrattando sui diritti d’autore con l’editore, spiega: «Si tratta di credere in se stessi e conoscere il proprio valore e possederlo. L’attuale situazione di Taylor Swift è un grande esempio: sei giovane, hai talento e qualcuno vuole comprare il tuo lavoro, ma possedere i diritti di ciò che è tuo è importantissimo perché non puoi sapere cosa gli altri decideranno di fare con le tue opere». Questo immediato paragone tra la protagonista principale del film e una delle cantanti più amate degli ultimi anni mostra la volontà di tutta la produzione di sottolineare quanto i temi di Piccole donne siano profondamente legati al nostro quotidiano.

Questa particolare scena, come anche altre, non era presente nel romanzo, ma dà un valore aggiunto all’opera andando a toccare tematiche care alle donne di oggi e alle loro battaglie. Non di meno, Greta Gerwig ha voluto rendere omaggio a Louisa May Alcott, inserendo alcuni tratti celebri dell’autrice nella caratterizzazione di Jo, uno su tutti i crampi alla mano della scrittrice: dopo tutto è stata lei ad ispirare la regista così come moltissime altre artiste a seguire i propri sogni nonostante tutto e tutti.

Ogni trasposizione cinematografica di Piccole donne è stata caratterizzata anche dalla scelta del cast, non a caso sempre composto da star già affermate o in ascesa. Basti pensare alle già citate Elizabeth Taylor, Winona Ryder, Susan Sarandon e Christian Bale. Non poteva perciò smentirsi questa versione del 2019. A interpretare Meg, Emma Watson nota sì per i suoi iconici ruoli cinematografici (a partire da Hermione Granger in Harry Potter), ma anche e sempre di più per il suo attivismo come femminista e ambasciatrice dell’Un Women.  Nei panni di Jo, c’è Saoirse Ronan, che a 26 anni non ancora compiuti può vantare già tre candidature agli Oscar e il fatto di essere una delle attrici più amate del momento. Amy è interpretata da Florence Pugh, che pur non potendo vantare la stessa fama delle due colleghe è un astro nascente: ha appena concluso Midsommar e presto comparirà in Black Widow. Infine, nel ruolo di Beth c’è Eliza Scanlen, che si è fatta da poco notare nella miniserie Sharp Objects e che potrebbe trovare in Piccole donne il suo trampolino di lancio definitivo.

Ad affiancare il cast delle sorelle, il giovane attore più quotato del momento Timothée Chalamet (nel ruolo di Laurie), reduce dalle esperienze con Luca Guadagnino (Chiamami col tuo nome) e Woody Allen (Un giorno di pioggia a New York); Laura Dern (nei panni della signora March), vincitrice del Golden Globe per Storia di un matrimonio; e Meryl Streep (zia March) che non ha di certo bisogno di presentazioni.

In conclusione, senza dubbio se le opere di Louisa May Alcott vengono lette, rilette e reinterpretate ancora dopo 150 anni è perché hanno un valore indiscutibile e ancora molto attuale. Piccole donne e Piccole donne crescono puntavano a incoraggiare le lettrici femminili a essere sempre loro stesse, a migliorarsi, a voler essere sempre la loro versione più coraggiosa e migliore, senza tuttavia scendere a compromessi con chi sono realmente. E se ancora oggi, dopo tanti anni, questi romanzi continuano ad ispirare registe e artiste in tutto il mondo a trovare nuovi modi per essere raccontati è perché le donne (ma perché no? Anche gli uomini!) continuano ad aver bisogno di sentirselo ripetere: siate voi stessi e lottate perché possiate esserlo.

Articolo scritto per il Blog di eCampus

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