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Potrebbe essere una sceneggiatura per un film di Hollywood. E conoscendo le grandi industrie cinematografiche americane non è detto che non lo diventi prossimamente. Infatti, la storia del pastore afroamericano James Stern, che diventa presidente del più grande gruppo neonazista degli Stati Uniti con lo scopo di distruggerlo, ha qualcosa di epico e surreale al tempo stesso. Un retrogusto che si fa più intenso sapendo che è una storia vera.

Tutto sarebbe iniziato nel 2006, quando Stern passò cinque anni in carcere per frode postale nella stessa cella con Edgar Ray Killen, ex leader del Ku Klux Klan, condannato per l’omicidio di tre giovani attivisti per i diritti civili nel 1964 (questa brutta storia un film lo è già diventato: il celebre Mississippi Burning).

Durante questo periodo in carcere, Stern divenne in qualche modo amico di Killen, tanto da cercare invano di fargli cambiare le sue idee sugli afroamericani. Una volta uscito di galera, tuttavia, il pastore disse di aver ottenuto dal pluriomicida la nomina a suo tutore legale e il controllo su circa 40 acri di terreno di sua proprietà, in cui secondo Killen erano nascoste le prove di altri omicidi commessi da lui e dal Ku Klux Klan.

Inutili le proteste dell’avvocato e della famiglia di Killen, morto nel 2018: grazie a questi documenti e ad alcune lettere consegnategli dall’ex compagno di cella, Stern riuscì a far indagare altri membri del Ku Klux Klan ancora in vita e responsabili di diversi crimini.

Il meglio della storia però doveva ancora venire. Infatti, la strana relazione tra Stern e Killen non poteva passare inosservata a Jeff Schoep, che dal 1998 era presidente del National Socialist Movement, un gruppo di estremisti di destra “vecchia scuola” fondato nel 1974, che fino a non molto tempo fa aveva una svastica nel simbolo e che continua a celebrare Adolf Hitler. Uno dei movimenti più influenti dell’estrema destra statunitense.

Secondo Stern, nel 2014, Schoep iniziò a contattarlo per avere informazioni sul suo rapporto con Killen. Al contrario, Killen sostiene che sia stato Stern a cercare un approccio con lui sfruttando la sua conoscenza di Killen. Comunque sia andata, i due organizzarono un “incontro tra razze”, per far discutere civilmente alcuni membri di NSM e alcuni attivisti per i diritti degli afroamericani.

Lo scopo di Stern era chiaro e palese: «Dal primo giorno ho sempre detto a Schoep: “Non sono d’accordo con te. Non mi piaci!”, ma mi sono avvicinato a lui perché speravo di poterlo cambiare».

A questo punto non è ben chiaro come si sia sviluppata la relazione tra i due, ma a inizio 2019 Schoep chiese consiglio a Stern su una causa legale che lo preoccupava. Infatti, nel 2017, durante un raduno di estremisti di destra a Charlottesville, in Virginia, una donna che stava protestando contro il raduno morì investita da un militante neonazista. Per questo episodio, Schoep, l’NSM e altri gruppi neonazisti erano stati denunciati.

Schoep, forse in un momento di fragilità o debolezza, confessò di essere preoccupato da questa causa legale, pur non essendo coinvolto in prima persona nei fatti, e di essere stanco di come andavano le cose nel NSM. Fu a quel punto che Stern gli propose di cedergli il controllo legale sul gruppo, in modo da liberarsi sia dalle cause legali, sia dal peso della sua gestione.

Per quanto ora Schoep giuri di essere stato raggirato, a inizio gennaio presentò personalmente tutti i documenti necessari per il cambio di proprietà del movimento e del suo sito, rendendo effettiva la presidenza di Stern.

La prima mossa del pastore afroamericano come presidente è stata di chiedere a un giudice della Virginia di giudicare l’organizzazione colpevole per gli eventi del 2017 a Charlottesville. La sua prossima mossa, invece, sarà trasformare il sito di NSM, tra i più visitati tra quelli dei suprematisti bianchi, in un portale dedicato alla storia e alla memoria sull’Olocausto. Il suo scopo, come si è detto, era palese fin dall’inizio: far sparire completamente il NSM.

Non è chiaro cosa succederà ora, con Schoep che ha accusato Stern di raggiro e dichiarato l’intenzione di impugnare il passaggio di proprietà in tribunale e riprendersi la presidenza di NSM, ma una cosa è certa: dovrà comunque affrontare la causa a cui sperava di sottrarsi, perché incluso nell’elenco degli imputati.

Articolo scritto per il Blog di eCampus
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un-ultima-risata

Saranno state le facce dei due attori caratteristi e caratteristici degli anni ’90 ad attrarmi verso questa pellicola. O forse sarà stata la parola “risata” nel titolo, che quando si ha bisogno di allegria è un richiamo a cui è molto difficile resistere. In ogni caso, Un’ultima risata, film originale Netflix, scritto e diretto da Greg Pritikin, è la (ulteriore) prova che non si dovrebbe mai scegliere un libro per la copertina.

Al Hart (Chevy ChasePalla da golfI tre amigos!Avventure di un uomo invisibile) è un ex manager di comici ormai vecchio, ma con tanta voglia di rivivere i momenti di gloria. Convinto dalla nipote a trasferirsi in una casa di riposo, ritrova Buddy Green (Richard Dreyfuss, American Graffiti; Lo squalo; Stand by me), il primo cliente della sua carriera, un comico ritiratosi cinquant’anni prima dalle scene per diventare medico. Ad accomunarli, oltre al passato comune, la voglia di ridere ancora e un’avversione ad arrendersi alla propria età. Con questi presupposti, i due si convincono a vicenda a tornare in pista per un’ultima tournée, iniziando insieme un viaggio in un mondo che fanno sempre più fatica a riconoscere e comprendere, durante il quale non potranno evitare riflettere sul loro rapporto e le loro vite.

L’idea di partenza è quindi accattivante e la pellicola avrebbe potuto facilmente sviluppare il proprio potenziale nel clima odierno, puntando sul rapporto tra star da palcoscenico degli anni passati con il mondo moderno, tra contenuti virali e one-man-stand show su Netflix. Anche la diatriba sul politically correct e gli argomenti su cui sia consentito o meno fare umorismo, una tendenza nuova che non c’era all’epoca degli esordi di Buddy, avrebbe potuto essere uno spunto da approfondire. Purtroppo però Un’ultima risata non tocca queste tematiche. Al contrario, le evita come la peste per concentrarsi sulle disavventure e i disagi di due amici anziani che fanno i conti con la loro età.

La pellicola sembra pensata per lo stesso pubblico che avrebbe apprezzato i due protagonisti negli anni della loro giovinezza. Probabilmente, se fosse uscita nei cinema dieci o vent’anni fa avrebbe avuto un suo perché e magari riscosso anche un discreto successo. Al contrario, oggi su Netflix resta un prodotto piuttosto anonimo, senza nulla che faccia scattare la molla, senza nessuna scintilla, con un algoritmo che non lo favorisce. Si crea, purtroppo, una sorta di parallelismo tra la pellicola e i due attori protagonisti: per entrambi si tratta del primo ruolo centrale dopo tanti anni e la loro voglia di rimettersi in gioco è evidente. Ma nonostante il loro impegno e l’indiscutibile bravura di lunga data di entrambi, il materiale di base è troppo insipido perché da soli possano risollevare tutto il progetto.

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Selfie-vs-Memoria

«Ci scattiamo un selfie?» Quante volte sentiamo o diciamo questa frase, nei luoghi e nei momenti più impensati? Un’abitudine che ha sostituito il vecchio «Ci scattiamo una foto ricordo?» degli anni passati, dei nostri genitori. Una consuetudine che però un tempo veniva contenuta da due fattori principali: il limite di foto dei vecchi rullini (sembra di parlare del Giurassico) e il successivo costo dello sviluppo.

Ora che però questi limiti sono stati eliminati, quello che ne è derivato potrebbe rovinare il gusto delle nostre esperienze, anche di quelle più entusiasmanti. A suggerirlo sarebbe uno studio pubblicato da Psychology & Marketing, che ha valutato i diversi gradi di appagamento di un’esperienza piacevole tra chi non può fare a meno di fotografare i propri momenti speciali e chi invece si astiene dal farlo. «La ricerca della foto perfetta ci fa perdere di vista il fine delle esperienze edonistiche, vale a dire ciò che davvero ci gratifica: la natura intrinseca dell’esperienza stessa. E può contaminarne il ricordo: ci sono genitori che non ricordano bene la recita scolastica dei loro figli, e ricordano di più il loro lavoro di videocamera per riprendere i figli in quell’occasione» sostiene la docente di marketing Gia Nardini del Daniels College of Business of Denver.

Amletico quindi il dubbio che ci assale sempre più di frequente: meglio godersi appieno questi momenti o sacrificare parte del piacere dell’esperienza per immortalarli? Fare entrambe le cose, inutile negarlo, è impossibile. E avere sempre a disposizione la macchina fotografica dei nostri smartphone è una tentazione continua a sfruttare le immense memorie digitali come estensioni, se non addirittura sostitute, del nostro cervello. «Un effetto è che tendiamo a ricordare di meno le cose che abbiamo fotografato» spiega Nardini. «In uno studio del 2013 si è visto che se si chiede a un gruppo di persone in visita a un museo di fotografare 15 statue e di guardarne soltanto altre 15, il giorno dopo ad essere ricordate da più persone sono le 15 statue non fotografate».

La professoressa Nardini ha condotto tre esperimenti per verificare le sue ipotesi. Nel primo, è stato mostrato un video di dieci minuti con riprese straordinarie di meduse e serpenti a 152 studenti divisi in due gruppi: ad alcuni è stato chiesto di guardare semplicemente il video, agli altri di scattare delle foto delle scene che preferivano. Il risultato è stato che il gradimento della visione per il primo gruppo è stato del 72,6%, mentre solo del 63,8% per il gruppo che ha scattato fotografie.

Il secondo esperimento era simile al primo, ma gli studenti erano divisi  in tre gruppi: gli osservatori, chi doveva fotografare per condividere gli scatti, e chi doveva fotografare per ricordo personale. Il risultato ha rispecchiato quello del primo studio: chi ha solo guardato il video ha gradito maggiormente l’esperienza (83%) sia rispetto a chi doveva condividere gli scatti (73%) sia rispetto a chi fotografava per ricordo personale (76%).

«Questo effetto vale soltanto quando l’esperienza è classificabile come “molto piacevole”» dice Nardini. «Se invece l’esperienza è soltanto moderatamente piacevole, allora mettersi a fotografare non ne compromette il godimento. Ce lo ha confermato un terzo esperimento, dove abbiamo mostrato un filmato meno spettacolare del primo».

Diverse le ragioni di questo effetto secondo lo studio: se si pensa semplicemente al coinvolgimento, la certezza di poter rivivere l’esperienza successivamente, comodamente a casa attraverso le foto, ne affievolisce gli effetti. Secondo la ricercatrice, è una sensazione molto simile a quella degli studenti che in aula registrano le lezioni: la loro attenzione cala notevolmente, sicuri di poter riascoltare successivamente le parole dei professori.

Ma come si diceva, questa non è di certo l’unica ragione per cui lo scattare fotografie durante un’esperienza riduca l’attenzione alla stessa: «Ad esempio perché il semplice atto di estrarre il cellulare ci dà l’occasione di controllare i messaggi ricevuti, o di mandarne, e quindi ci distoglie dal momento» spiega Nardini. Un fenomeno intuito probabilmente anche da star della musica come Beyoncé e Adele, ci ricorda la ricercatrice, visto che durante i loro concerti americani viene chiesto agli spettatori di riporre i cellulari in custodie “smart” che rimangono sigillate fino all’uscita, sbloccabili solo presso appositi totem.

L’unica categoria di persone per cui la prof. Nardini ipotizza che questo effetto potrebbe non valere è quella dei narcisisti: «Per loro scattare una foto da sfoggiare sui social network è un motivo di piacere in più, indipendentemente dalla qualità dell’esperienza che stanno vivendo».

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