Bouquet-Matrimonio

«Or dic un poesia!» avrebbe preannunciato Corrado Guzzanti, nei panni del suo celebre personaggio Brunello Robertetti. Io invece ci tengo a precisare che ciò che segue è solo uno dei miei tanti esperimenti, senza alcuna ambizione da poeta, e che (come spero sia chiaro) si tratta di una filastrocca umoristica (ma non troppo) dedicata all’evento per cui io e la mia fidanzata ci stiamo preparando: le nostre #NozzeTaglienti.

Potrei anche pensare di prepararvi ulteriormente alla lettura, dandovi indicazioni sui temi trattati, su ciò che più mi ha ispirato, e consigliarvi lo stato d’animo con cui leggerla. Potrei, ma rischierei di rovinarvi il pathos e di inibire il brivido della scoperta. Quindi forza e coraggio. E mani ai portafogli.

LISTA NOZZE

di Davide Delmiglio

Nel peccato per anni noi s’è vissuto,
a casa c’è tutto, s’è già provveduto.

Lenzuola, piatti, coperte e posate,
son là nel cassetto: non le donate.

Vasi, vasetti, candelabri e cornici?
Non abbiam posto, non ci fate felici.

Per carità, poi ogni dono è gradito,
io non pretendo, v’ho solo avvertito:

se volete vederci contenti, festanti,
fate ‘na busta con un po’ di contanti.

Vi sembra volgare, sgarbato, un po’ gretto?
Anche un bonifico è assai ben accetto!

Suvvia, qui si scherza, non vi offendete,
come va oggi la vita, anche voi lo sapete.

Qui stiam formando una nuova famiglia:
quel che ci donate, noi lo si piglia.

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La-bella-prigioniera

È un mondo improbabile e assurdo quello in cui vive la bella prigioniera. Un mondo in cui anche una tuba può prendere fuoco e in cui una tela funge da elemento complementare del paesaggio. Il mare è leggermente mosso, ornato di piccole ondine di spuma marina che finiscono per infrangersi sulla sabbia. E le onde, nascoste dietro il dipinto, riappaiono su di esso, nella perfetta posizione in cui dovevano trovarsi. E così è lo stesso dipinto che si muove, armoniosamente, seguendo perfettamente il movimento del mare. Intanto le fiamme che bruciano l’ottone della tuba, si alzano nel cielo e si riflettono sulla tela, come se, dinnanzi ad essa, vi fosse un vetro che la protegge.

Così, la bella prigioniera, potendo osservare questo mondo impossibile solo a distanza, senza potersi avvicinare, si chiede se la tela esista per davvero. Se invece il cavalletto non regga altro che un vetro trasparente che mostra il paesaggio dietro di sé. E se fosse così — si chiede — come potrebbe non vedere le stecche di legno che sorreggono il cavalletto?

La ragazza si accorge che quello sprazzo di realtà è l’unico che potrà mai vedere e capisce che dovrà interpretare quel mondo, solo da questi pochi elementi a sua disposizione. Non c’è vita su questa spiaggia, eppure quella cornice, con il mare che continua a fluire sulla sabbia, proprio come fa al di fuori di essa… Possibile che sia sempre stata lì? E quella tuba d’ottone, che arde perennemente, non avrà forse avuto il suo suonatore?

E solo ora si accorge di un terzo elemento sulla sabbia. Un enorme macigno bianco, proveniente da chissà dove, posa sulla riva, estraneo al resto del paesaggio. Non vi sono altri sassi sulla spiaggia.

Con una calma propria solo di chi sa che per tutta la vita dovrà solo concentrarsi su questa distorta visuale della realtà, la dolce fanciulla decide di studiare uno per uno i misteriosi oggetti presenti in quel malinconico paesaggio. E concentrandosi sulla tromba, ascolta i meravigliosi suoni che escono da essa, nonostante sia appoggiata a terra e nessuno, apparentemente, le dia vita. Quella calda, dolce melodia sembra insinuarsi sotto le sue vesti, sotto la sua stessa pelle, riscaldandole il cuore e bruciandola di lievi piaceri, sufficienti a farle scordare per un momento la sua assurda situazione. Solo ora capisce come possa una tuba di ottone prendere fuoco. Non riesce a spiegarlo a parole, ma lo sa. Il fuoco si era in qualche modo prodotto dall’ardente motivo che come una possente fiamma si alzava nell’aria. E si ricorda, solo adesso, di come la musica sia sempre riuscita a riscaldarla in qualche modo, a permetterle di non spegnersi nonostante ne avesse tutti i motivi. È una sinestesia: le sensazioni uditive, visive, il suono, il calore del fuoco, si confondono in un tutto che trova rispondenza nell’inconscio.

La cornice invece era, per il momento, ancora un mistero. La osserva a lungo, per ore, ma ne carpisce il segreto solo quando ormai i suoi occhi la supplicano di potersi chiudere. La mente è caduta in un lieve torpore, favorito dal continuo bruciare di quella strana, ipnotica melodia. Comprende il motivo per cui aveva sempre amato leggere e osservare dipinti. I libri e le pitture non erano diversi dal mondo concreto. Fantasia e realtà sono un tutt’uno. Come finito e infinito. È impossibile distinguerle, perché un bambino, divenuto adulto, ricorderà alcuni dei suoi sogni fanciulleschi con la stessa facilità con cui rivivrà avvenimenti reali. E i ricordi si mescoleranno in quello che l’uomo chiamerà “passato” e considererà reale.

La bella prigioniera piange. Teme di impazzire. Nessuno è mai arrivato tanto vicino all’assoluto quanto lei. Ha capito. La realtà è come un albero secolare. Le sue grosse, enormi radici scavano il terreno e si irrobustiscono, così come il suo tronco. Le nostre vite sono solo piccoli ramoscelli pronti a spezzarsi al primo soffio di vento. Le nostre fantasie, i nostri sogni e i nostri incubi sono piccole foglie verdi, che in breve tempo si staccheranno volando a terra. Lasciandoci soli. Ma non per questo quelle foglie sono meno reali di noi o dell’albero. E ce lo dimostrano volando più vicino che possono alle radici, alla realtà, prima di sparire completamente.

Tra le calde lacrime, la prigioniera posa i suoi occhi umidi su quel sasso senza vita. E lo studia con meticolosa attenzione. Sa che riuscirà a carpirne i segreti, ma ormai è molto scossa e ha paura di quello che potrebbe scoprire questa volta. Le nubi ricoprono completamente il cielo lasciando che solo pochi raggi del sole riescano a filtrare e ad illuminare il mare sempre più frastagliato. Poi ovviamente c’è il fuoco della musica a riscaldarla e a renderle possibile la vista di quella desolata spiaggia.

In questo momento di semibuio, lei se ne accorge. Il sasso, senza vita, è l’unica cosa in tutto il paesaggio ad essere assolutamente immobile. In lui niente cambia o si trasforma. Non viene toccato dalle onde, non prende fuoco, non imita la realtà. È morto. Qualunque cosa sia o fosse stata, quella pietra completamente bianca, ora non è assolutamente nulla. E la ragazza capisce che “nulla” non significa “astratto”. La sua mente è agile e sveglia, automaticamente capovolge il pensiero e comprende una terza verità assoluta: “Esistere” non vuole dire “concreto”.

Ora, solo ora, la bella prigioniera non si sente più tale. Finalmente sa di essere libera. E le lacrime che le sgorgavano per paura, continuano ora il loro percorso per felicità. Sa che il luogo dove è stata fino ad ora, non è altro che la sua mente. E prendendone consapevolezza si libera, ritornando nel cosiddetto mondo “reale”.

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Cinque-minuti

Cinque minuti. Il tempo di un caffè. La pausa per il pranzo. Un bambino che nasce. Una chiacchierata al telefono. Un goal all’ultimo momento. Una sigaretta. Una gioia. Un dolore. Quante cose è possibile fare in cinque minuti?

A qualcuno piace pensare che un minuto sia molto lungo, che l’attesa di tale tempo sia terrificante, insopportabile. Qualcun altro, qualcuno come me, preferirebbe dover aspettare di più. Ma ciò che dicono quelli nel mio stato, non conta mai molto.

Vi prego di scusarmi, ma non sono mai stato bravo a parlare, quindi figuratevi a scrivere. Eppure, anche se non ho più preso in mano una penna da quando uscii dalla terza media, con un calcio nel sedere, oggi ho sentito l’irrefrenabile desiderio di trasmettere i miei sentimenti. Non mi importa che fine farà questo documento, forse verrà buttato via nello stesso cestino dove ora vedo una lattina di birra vuota e stritolata, ma appena ho avvistato la penna di mia figlia sul tavolo, ho sentito il bisogno di sedermi e provarci. Dovevo provare a raccontarvi…

Era il 15 novembre dell’anno scorso. Ero andato a fare una visita dal dottore per il lavoro. Niente di importante, sapevo di stare bene. Lavoravo da vent’anni per quell’impresa di costruzioni e ogni anno dovevo sorbirmi una visita medica. Un operaio non può certo permettersi di disobbedire al proprio capo e, come soleva dirmi mia moglie, fare qualche controllo ogni tanto non poteva farmi che bene.

Mia moglie era sempre stata una donna molto intelligente. Ricordo ancora quando la vidi per lanprima volta. I suoi lunghi capelli ricci sulle spalle, quel paio di occhialetti a forma di mezza luna che porta ancora, la camicetta con le maniche arrotolate e quel passo svelto che mi fece temere per qualche istante che non avrei fatto in tempo a raggiungerla e a conoscerla. I suoi occhi, di un verde smeraldo quasi ipnotizzante, le sue mani, così dolci e delicate, le sue gambe lisce e slanciate. Ricordo tutto nei minimi dettagli. Ora Marta è invecchiata, come me del resto, ma è una donna ancora molto attraente e la amo in modo smisurato. Non sopporto il pensiero che soffrirà a causa mia. Quel giorno, però, si era sbagliata.

Quella visita di controllo non mi avrebbe giovato per nulla. Avevo finito gli esami ed ero seduto nella sala di attesa, nella vana speranza di vedere arrivare il medico o l’infermiera a portarmi i risultati che avrei dovuto consegnare in ditta. Se avessi saputo di dover aspettare altri cinque minuti, sarei uscito a fumarmi una Malboro, ma non potevo rischiare che il dottore arrivasse mentre io non c’ero. Quando il medico mi raggiunse, parve strano. Non aveva il solito sorriso cortese con cui mi riconsegnava i test tutti gli anni. La sua faccia velava qualcosa di sinistro. Improvvisamente, per la prima volta dopo non so quanto tempo, sentii colarmi delle gocce giù dalle guance. Mi misi a piangere come un bambino e il dottore mi abbracciò in una stretta paterna.

Un anno, mi dissero, forse meno. Cancro ai polmoni, probabilmente causato dalle sigarette. Le mie figlie avevano insistito tanto perché smettessi, ma giunto alla mia età ero sicuro che fosse impossibile cessare di fumare. Tra l’altro quando si sentono i TG che informano del pericolo del fumo, il problema sembra così lontano… così improbabile…

Lisa e Paola sono forse il mio tesoro più grande. Le mie bambine. Per colpa mia, della mia stupidità, dovranno crescere senza un padre, senza una figura maschile che le aiuti nei momenti più difficili. Quando nacquero fu una sorpresa inaspettata. Né io né Marta ci aspettavamo due gemelle e inizialmente fui molto preoccupato per le nostre risorse economiche, ma quando le vidi, dietro il vetro, nelle due culle una di fianco all’altra… scoppiai in lacrime, lacrime di gioia. Quella era stata l’ultima volta che avevo pianto, prima di quel fatidico giorno. L’ultima volta che avrei pianto per felicità.

Ero inoperabile e mi dissero che l’unica cosa che potevo fare era prendere qualche farmaco, smettere di fumare e ricominciare ad andare in chiesa. Ormai è passato un anno. Un anno sono molti “cinque minuti” messi insieme, ma mai abbastanza per un malato terminale. Una persona più giovane forse avrebbe sfruttato al massimo il tempo che gli rimaneva, non avrebbe voluto perdersi nemmeno pochi secondi, ma un uomo di sessant’anni come me… Ho perso il lavoro, ho smesso di andare al bowling, ho abbandonato gli amici del pub e mi sono rintanato in casa ad aspettare la fine. Ad aspettare i miei ultimi cinque minuti.

È ormai tempo. Un malato, un uomo che deve morire, lo sente. Manca poco. Non so cosa ci sia dopo la morte e ho una paura enorme. A volte rimpiango di non essere un fedele, di aver smesso di credere in Cristo. Forse lui mi avrebbe dato delle risposte, forse ora sarei più calmo. Mia moglie è al lavoro. Le mie figlie sono in università. Morirò solo.

Solo con una penna in mano e una sigaretta in bocca. La mia ultima sigaretta. I miei ultimi cinque minuti…

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