Ercole-contro-il-leone

In un momento storico in cui le fake news la fanno da padrone, in cui sembra che l’unica battaglia degna di essere combattuta nel campo dei media sia sconfiggere le “bufale”, nel quale non si sa più a cosa credere o perché, diventa imperativo raccontare e pubblicare delle piccole grandi imprese che hanno reso bambini e ragazzi comuni gli adulti che sono oggi e che tutti conosciamo…

  1. Nel 1951, Silvio Berlusconi (15 anni) ha il suo primo rapporto sessuale, con la sua professoressa di Diritto, in cambio di una buona parola con suo padre per l’apertura di un mutuo. «Mi piacciono più grandi», diceva. Si sarebbe ricreduto.
  2. Nel 1961, Pier Ferdinando Casini (6 anni) cambia compagno di banco ad ogni ora di lezione. È il primo essere umano a cambiare sedia 32 volte al giorno. Dopo una settimana, le sue maestre si mettono in aspettativa per stress post-traumatico.
  3. Nel 1963, Roberto Formigoni (16 anni) scopre di avere pulsioni omosessuali, ed essendo esse non conformi all’educazione ricevuta, giura di rimanere casto per tutta la vita. Sfogherà tali istinti nella moda. Una sorta di conguaglio emotivo.
  4. Nel 1966, Daniela Garnero (5 anni), ora Santanchè, decide che la sua faccia non le piace, e cerca di modificarla applicandosi sul viso grandi quantità di pongo. È solo l’inizio. Ma non otterrà mai più risultati migliori di quelli.
  5. Nel 1969, Renato Brunetta (19 anni) decide di prendere i biscotti sul ripiano alto senza chiamare la mamma. La sua ostinazione e forza di volontà si tradurranno in una lotta contro i suoi limiti senza precedenti di circa 45 minuti. Alla fine chiamerà il papà.
  6. Nel 1970, Piero Fassino (21 anni), leggermente sovrappeso, rassicura gli amici preoccupati per la finale Italia-Brasile dei mondiali in Messico: «Ragazzi, vinciamo di sicuro! Se perdiamo, non mangio più per un mese!» Gli amici glielo ricorderanno spesso.
  7. Nel 1973, Beppe Grillo (25 anni) viene radiato dall’Albo dei Giudici di Gara per aver tentato di superare il record di espulsioni fischiate in un solo campionato. «Un giorno riuscirò ad espellere ancora qualcuno da qualcosa», giurerà.
  8. Nel 1979, la maestra elementare Giuliana Benedetti cerca invano di insegnare la logica al giovane alunno Daniele Capezzone (7 anni). Morirà molto giovane, prima di esserci riuscita. Nessuno ci proverà mai più.
  9. Nel 1985, Matteo Renzi (10 anni) dichiara che sua sorella Benedetta (13 anni) è da troppo tempo la primogenita e che è giunto il momento di rottamarla. Il mese dopo la candiderà a lavapiatti. «Stai serena, Benedetta!» le aveva detto.
  10. Nel 1994, Francesca Pascale (9 anni) vede per la prima volta Berlusconi in TV e se ne innamora. «Voglio essere sua moglie!» dice al nonno paterno, coetaneo del Cavaliere. Lui ride. Lei no.
  11. Nel 1999, Luigi Di Maio (13 anni) va per la prima volta allo Stadio San Paolo di Napoli e ne rimane affascinato. «Se potrei, non andrei più via!» dirà al padre. Si ricorderà per sempre la risposta: «Figliolo, se non ti impegnerai abbastanza, potrai fare tutto ciò che vuoi».
  12. Nel 2009, Matteo Salvini (36 anni) canta a Pontida: «Senti che puzza, scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani». In quel momento giura a se stesso che mai, nemmeno sotto tortura, rinuncerà a queste sue idee solo per una poltrona.
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Torri-Gemelle

Stavo facendo una riflessione, riguardo i continui attentati terroristici che stanno colpendo tutto il mondo: siamo proprio sicuri che questo terrorismo sia di prima scelta? Per carità, non voglio dire che ci sia un terrorismo migliore di un altro, ma forse un po’ sì… Ce n’è sicuramente uno che riesce nei suoi intenti e uno che, per quanto si dia da fare, non ci riesce.

Fingiamo per un momento che non si stia parlando di morte e distruzione e guerra. Facciamo finta che si stia discutendo di uno show. Perché, in fondo, è di questo che ci stiamo occupando. Noi vediamo i morti, i feriti, la distruzione, ma gli “showmen”, gli organizzatori, quelli che ci mettono le idee, le attrezzature, gli attori, ci vedono solo uno spettacolo di propaganda, uno show della paura.
Ecco, allora, mettiamoci per la durata di questo articolo (e non oltre, mi raccomando) nei loro panni. O meglio ancora, nei panni di un pubblico che vuole uno spettacolo grandioso a cui assistere. Io, in questi panni, ultimamente, sarei estremamente deluso. A livelli epici. Tornerei a casa, mi metterei al PC, andrei su tutti i portali di recensioni di attentati terroristici e stroncherei immediatamente le produzioni, i registi, gli effetti speciali e la recitazione, ma soprattutto la sceneggiatura. Dov’è il pathos? Dov’è la suspense?

Ragioniamoci insieme. Saremo tutti d’accordo che, nonostante il passare degli anni, e il numero di spettacoli a cui ci hanno costretti, quello dell’11 settembre 2001 a New York rimanga un capolavoro inarrivabile. I motivi sono molteplici (l’obiettivo, il mezzo utilizzato, il numero di vittime, le scenografie, gli effetti speciali ecc.), ma credo di poter essere abbastanza sicuro nel dire che il suo maggior punto di forza fosse l’imprevedibilità, il colpo di scena: nessuno se lo aspettava, nessuno lo avrebbe creduto possibile.

SpiderMan-11-Settembre

Ecco che allora come nelle peggiori saghe horror cinematografiche, il voler mangiare troppo dallo stesso piatto inizia a stufare. Le stesse scene, ma girate a basso costo. Gli obiettivi sempre più “facili” e prevedibili. La cadenza quasi settimanale delle repliche. La mancanza di idee… Tanto che ormai la produzione è pronta a prendersi il merito pure di spettacoli minori, messi in scena da attori amatoriali.

Non voglio sminuire le morti, le vittime o la sofferenza che tutto questo sta causando, quanto piuttosto proporvi un punto di vista alternativo. Evidenziare quanto questi cosiddetti “terroristi” siano disperati e alla canna del gas. Dimostrarlo è piuttosto semplice: basta osservare le reazioni del pubblico da casa. Non di chi è direttamente coinvolto o dei suoi conoscenti, ovviamente, ma di chi osserva il tutto da chilometri e chilometri di distanza. Le nostre reazioni, insomma.

Ormai, ogni volta che c’è un attentato diventa motivo di qualche chiacchiera scontata, un po’ come il clima o le partite di calcio, ma nulla di più. Ci dispiaciamo, leggiamo qualche articolo a riguardo, un telegiornale, e poi via con altri pensieri, coi problemi quotidiani, col lavoro.

«Ehi, hai visto che tempaccio?!»
«Già. Mannaggia, avevo appena steso fuori… Ieri, la Juve?»
«Meglio non parlarne guarda, una vergogna. Hai sentito di Londra?»
«Sì, prima o poi bisognerà fare qualcosa contro questi bastardi… Ciao, buon lavoro.»
«Ciao, a domani!»

Nulla a che vedere con le lacrime davanti alla TV, le crisi isteriche, l’interruzione di qualsiasi altra trasmissione, la paura… Ecco, la paura. Non c’è più. La sentono ancora quelli che vivono un attentato in prima persona, i loro vicini, i loro parenti, ma non più il grande pubblico da casa. Non c’è più paura. Perché non si può vivere nel terrore per mesi, per anni, senza pause, senza un momento di quiete. Perciò ce ne si fa una ragione, ci si fa l’abitudine per salvaguardare la nostra salute mentale, per non impazzire. Apriamo un cassetto del nostro cervello, prendiamo la nostra paura, la ripieghiamo con cura e la infiliamo lì. Sempre a disposizione, quando serve, ma nel suo posticino speciale, che si può chiudere ogni volta e non vedere per un po’.

E qui arriviamo al punto di partenza: un terrorismo che non riesce più a fare davvero paura, è obiettivamente un buon terrorismo? O anche solo: è davvero terrorismo? Riesce ancora a mantenere il suo potere, che è esclusivamente quello psicologico su chi non viene colpito? Secondo me, no. Anche in questo campo, il troppo stroppia. Un terrorismo che non fa paura, che stufa, che non ha appeal, non è più un terrorismo davvero temibile.

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La-Tagliata

Dato che non siamo qui solo a dire cialtronate e a prendere in giro la gente, oggi ho deciso di fare un po’ di sana cultura, parlandovi de La Tagliata, opera in tre atti di Giuseppe Verza su libretto di Francesco Maria Piave Mormorò Non Passa Lo Straniero, tratto dalla pièce teatrale di Alexandre Dumuc, La signora delle mammellie.

Fra i passaggi più popolari dell’opera, ricordo l’invocazione di Chianina Tagliami, Alfredo, il famoso brindisi Mungiamo ne’ lieti calici, e la cabaletta Sempre libera degg’io ruminar di gioia in gioia.

La Tagliata è nota tra gli addetti ai lavori soprattutto per essere stata copiata e stravolta da Giuseppe Verdi, che trasformando l’eroina bovina in una prostituta d’alto bordo malata di tisi, ed eliminando la tragicità di alcune scene (si pensi che la spaventosa richiesta “Tagliami, Alfredo” diviene un melenso “Amami, Alfredo”), ottiene tuttavia più successo e notorietà, con il titolo tragicomico La Traviata.

Oggigiorno, è immensamente difficile trovare un teatro lirico che metta ancora in scena La Tagliata, anche per le difficoltà effettive nel preparare una mucca al canto lirico, cercherò perciò di esporvene la sinossi senza dimenticare particolari importanti. Vi invito tuttavia a cercare il libretto completo dell’opera, ristampato recentemente dalla lungimirante Latterio Editore.

PERSONAGGI PRINCIPALI

  • Chianina, la vacca
  • Alfredo, il mungitore
  • Il Padrone

ATTO I

L’opera si apre in un elegante salone della casa parigina di Chianina, una vacca, che attende i propri invitati. Quando questi arrivano, la padrona di casa saluta tutti con toni festosi. Le viene presentato Alfredo, il suo nuovo mungitore che durante la recente malattia della mucca è venuto più volte a chiedere sue notizie. A questo punto, Chianina rimprovera il suo Padrone di non aver avuto lo stesso riguardo, ma a stemperare il momento di tensione interviene proprio Alfredo che propone un brindisi.

Mungiamo, mungiamo ne’ lieti calici,
che la bellezza allatta;
e la fuggevol, fuggevol ora
s’inebri a voluttà.

Ormai l’amore tra Alfredo e Chianina è sbocciato, nessuno dei due può farne a meno, ma la vacca, che come abbiamo detto è reduce da un lunga malattia, teme che Alfredo sia lì come tutti gli altri solo per il suo latte, e che quando si sarà stufato di spremerle le poppe o quando lei non potrà più essere munta, la abbandonerà. Cerca perciò di scacciarlo dalla mente, e di ricordare i giorni felici, in cui la sua sola preoccupazione era scegliere in quale pascolo andare.

Sempre libera degg’io
ruminar di gioia in gioia.
Vo’ che scorra il viver mio
pei sentieri dell’allattar.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
sempre lieta ne’ ritrovi.
A pascoli sempre nuovi
dee volare il mio pensier.

ATTO II

Venuta a sapere che la malattia che l’aveva quasi uccisa sta di nuovo crescendo dentro lei, Chianina è terrorizzata al pensiero di perdere Alfredo, preoccupazione che viene accresciuta quando il Padrone le comunica di aver deciso di macellarla prima che il suo brutto male renda inutilizzabile anche la sua carne. Le concede però la possibilità di dire addio al suo amato Alfredo e di passare con lui un’ultima notte. A questo punto, Chianina è decisa a implorare il suo stesso amato di macellarla, in modo che solo lui possa nutrirsi del suo corpo. Non gli dice però che il suo destino è comunque segnato, e Alfredo ovviamente non ne vorrà sapere.

Tagliami, Alfredo,
tagliami, dai, andiamo!
Tagliami, Alfredo,
dai, andiamo,
dai, andiamo!
Addio!

ATTO III

Dopo il rifiuto di Alfredo di cibarsi di lei, Chianina fugge per evitare di essere mangiata dal Padrone, e Alfredo crede che alla fine la vacca l’abbia abbandonato. Furioso con lei, cerca invano di dimenticarla per oltre un anno, senza avere sue notizie, fino a quando il Padrone, pentito, decide di confessare la verità al giovane mungitore. Appreso della malattia di Chianina, Alfredo smuove mari e monti per ritrovarla, sicuro che tutto si possa risolvere e di poter vivere con lei il resto della sua vita ma, quando la trova, la mucca è ormai sul letto di morte. Vedendo il suo Alfredo, per un momento, Chianina sembra riacquistare le forze, si alza dal letto, non sente più dolore, canta, ma subito cade a terra morta. Alfredo, tra le lacrime, decide di esaudire il desiderio della sua vacca, e ordina che col corpo di Chianina gli venga preparata la migliore tagliata della sua vita.

Cessarono gli spasmi del dolore.
In me rinasce, rinasce,
m’agita insolito vigore!
Ah! Ma io ritorno ad allattar!
Oh gioia!

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