La-Fine-Netflix

La Fine (How It Ends, in originale) è l’ultimo film targato Netflix arrivato sulla piattaforma online il 13 luglio. Diretto da David M. Rosenthal e interpretato da Theo James (Divergent, Giochi di potere), il premio Oscar Forest Whitaker (Black Panther, Rogue One, L’ultimo re di Scozia) e Kat Graham (The Vampire Diaries), la pellicola è un sedicente thriller post apocalittico con “citazioni” di The Road di Cormac McCarthy, Mad Max e La città verrà distrutta all’alba.

Will e Samantha, rispettivamente Theo James e Kat Graham, sono una felice coppia di Seattle, in attesa del loro primo figlio. Will decide così di andare a Chicago per incontrare Tom (Forest Whitaker), autoritario padre di lei, con un passato nei Marines, e con cui ha un rapporto particolarmente difficile, per chiedergli la mano di sua figlia.

La cena col suocero va decisamente male, ma proprio mentre questi sembrano i problemi più gravi che Will dovrà affrontare, la situazione precipita: durante una chiamata con Samantha, inizia un misterioso cataclisma che rade al suolo Los Angeles e mette fuori uso le telecomunicazioni in tutta la costa Ovest degli States.

Will e Tom saranno così costretti a seppellire l’ascia di guerra e collaborare per tentare di raggiungere e salvare Samantha a Seattle, di cui non hanno più notizie, affrontando predoni, mancanza di risorse, guasti meccanici e tutti i classici pericoli che un’ambientazione post-apocalittica può fornire ad un regista.

Se l’inizio del film è piuttosto buono, con questo particolare spunto del rapporto tra genero e suocero, in una sorta di Indovina chi viene a cena? post-apocalittico, forse unica nota davvero originale, il film si perde velocemente nel corso del loro viaggio, scopiazzando qua e là, facendo sparire improvvisamente e in modo approssimativo personaggi quando divenuti inutili, e non riuscendo a generare l’adeguata suspense che un disaster-survival movie dovrebbe avere.

A salvare, almeno in parte, l’opera di Rosenthal, è sicuramente la performance dei due protagonisti e in particolar modo di Forest Whitaker, che anche questa volta si dimostra un attore straordinario, capace di risollevare almeno in parte un film altrimenti destinato alla mediocrità e che, spiace dirlo, se non fosse stato prodotto da Netflix probabilmente non avrebbe mai visto la luce.

Il finale (nessuno spoiler, tranquilli) resta aperto, creando così un vero paradosso per un film che si intitola La Fine (o How it ends, se preferite), lasciando irrisolte tutte le domande che erano sorte nel corso della visione. In conclusione, tra la scarsa originalità, gli effetti speciali scadenti e la mancanza di un vero colpo di scena, ci sono pellicole migliori per “sognare” l’apocalisse seduti sul divano, nell’afoso caldo di metà luglio.

Articolo scritto per il Blog dell’Università eCampus

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Colossal-Netflix

Giudicare un libro dalla copertina è sbagliato, si sa. Lo stesso si può dire per la locandina di un film. Nel caso di Colossal, di Nacho Vigalondo per Netflix, ciò è vero sotto diversi punti di vista. Il più evidente è certamente l’equivoco voluto sui disaster movie, la pellicola nonostante i due giganteschi mostri sulla locandina, non punta i riflettori sui due colossi (da qui il titolo, non certo dalla presunzione di aver girato un capolavoro) o su degli standardizzati eroi che riescono a fermarli. Tutt’altro.

Il film è incentrato sul tentativo di riscatto di Gloria (Anne Hathaway), giovane alcolizzata senza scopi nella vita, che dopo essere stata lasciata dal fidanzato, torna nella città natale, dove ritrova Oscar (Jason Sudeikis), vecchio amico di infanzia. Tra una sbronza e l’altra, e un apparente nuovo inizio come cameriera, la donna inizierà a notare strane coincidenze tra i suoi comportamenti e gli attacchi di un gigantesco mostro in Corea del Sud.

Il mistero andrà pian piano a svelarsi, ma tutta l’originalità e la brillantezza dell’idea tenderanno a svanire nel corso del viaggio, sostituite da un tedioso alone di ripetitività e ridondanza. Una Anne Hathaway monocorde e incapace di convincere, ben lontana dalle sue grandissime e pluripremiate performance passate, affiancata da un Jason Sudeikis fuori dal suo seminato, che stupisce proprio in quanto inatteso, ma che non riesce a caratterizzare in modo convincente il suo personaggio. Reazioni immotivate, esagerate, improvvise, senza un filo logico degno di questo nome, impediscono allo spettatore di mantenere la “sospensione dell’incredulità” abbastanza a lungo da concedere una possibilità alla pellicola. Tutto appare chiaramente finto.

Se alcune trovate possono essere simpatiche e accattivanti, perdono poi tutto il loro fascino nel momento in cui non vengono supportate da una spiegazione, realistica o meno che potesse essere, lasciando tutto o quasi alla libera interpretazione dello spettatore. Lo scopo del regista appare evidente: sfruttare le potenzialità e l’appeal di un certo genere cinematografico per raccontare una storia che, in qualsiasi altro contesto, non avrebbe avuto alcun fascino o interesse.

Purtroppo, però, in un racconto che prevede un gigantesco mostro che distrugge Seoul, ciò che risulta maggiormente inverosimile e assurdo sono gli atteggiamenti e i comportamenti dei personaggi principali, a partire dai loro rapporti sociali per finire ai loro dialoghi. Tutta la metafora della catastrofe come cartina tornasole di simbologie indie tende a fallire, smascherando come poco credibili la derelitta Gloria di Anne Hathaway o l’insoddisfatto Oscar di Jason Sudeikis.

Se il film ha dei lati positivi li si trova senza dubbi nei mostri, classici kaijū giapponesi, in un contesto catastrofico ben realizzato, con effetti speciali genuini e che, nella loro basicità, richiamano i disaster movie più iconici. Con un’idea di base piuttosto interessante e una semplicità estetica molto intrigante, spiace dover bocciare una pellicola del genere, ma lo si fa con la certezza che troverà altrove degni difensori: Colossal, infatti, è quel tipo di pellicola che può solamente essere amata o odiata, senza vie di mezzo. L’impressione però è che sia comunque destinata all’oblio. Ci sono modi migliori di passare un paio d’ore davanti a uno schermo.

Articolo scritto per il Blog dell’Università eCampus

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Ricky-Gervais

Che cos’è l’umorismo? Su cosa è moralmente ed eticamente lecito ridere? Dov’è il limite ultimo da non superare nella comicità e nella satira? Queste sono le domande inespresse a cui Ricky Gervais cerca di rispondere nel suo show Humanity per Netflix, portando sotto i riflettori in particolar modo l’approcciarsi di queste tematiche ad un mondo dominato dai social network e dalla possibilità per chiunque di dire qualsiasi cosa, senza doversene prendere la responsabilità.

Ricky si impegna in un esilarante e irriverente monologo contro il perbenismo, la censura popolare e l’inconsistenza dell’“uomo medio”, che commenta e giudica tutto da dietro un computer, che prende sul personale qualsiasi opinione venga espressa, e che si sente autorizzato a contestarla (più o meno civilmente) anche quando basata sui fatti.

«Si è evoluto un pensiero stupido che abbiamo da sempre “la mia opinione vale quanto la tua” in “la mia opinione vale quanto i tuoi fatti”. Non ha senso!» dice Gervais, ritrovando la colpa di questa nuova tendenza proprio nei social network. E mentre legge i commenti e le risposte che riceve su Twitter, deve spesso interrompersi per aggiungere: «Avrei dovuto lasciar perdere!», ma non lascia perdere mai, smontando sistematicamente qualsiasi critica o insulto abbia ricevuto semplicemente con logica e buon senso.

È un umorismo nero quello di Ricky, scherza e ride su qualsiasi argomento – morte, malattia, LGBT, olocausto, stupro etc. – punzecchiando le diverse sensibilità degli spettatori che ormai osservano tutto con uno smartphone in mano per pubblicare in tempo reale le proprie opinioni. E così salta fuori il gruppo di mamme che considera un’allergia alle noccioline più grave dell’olocausto, o l’utente che si indigna per la volgarità utilizzata nel condannare la tortura degli animali.

Un’altra cosa veramente ridicola: “Chiediamo all’uomo medio cosa ne pensa”. Smettiamola di chiedere all’uomo medio… Lo sapete quanto è stupido l’uomo medio? Vendiamo ancora bottiglie di candeggina con una grossa etichetta che dice: “Non bere”.

La conclusione dello spettacolo risponde a tutte le domande che ci eravamo posti all’inizio e deriva da una regola che si sono dati Ricky e il fratello Bob da ragazzi, per superare un’infanzia difficile tra privazioni e povertà, e su cui il british comedian ha costruito le proprie fondamenta: «Se ti viene in mente qualcosa di divertente, dilla. In ogni caso, qualsiasi siano le conseguenze!». Perché sì, è evidente che qualcosa sia andato tremendamente storto nell’evoluzione dell’uomo e, probabilmente, l’unica consolazione è riderne.

Articolo scritto per il Blog dell’Università eCampus

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